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Storia
Il territorio di Castellaneta Marina ha come limite orientale il fiume Lato. Questo fiume riceve tributi torrentizi dalle gravine di Castellaneta, Montecamplo e Laterza che convogliano le acque meteoriche nelle lame, larghe e piatte incisioni nella roccia, che costituiscono il naturale proseguimento delle gravine verso il mare.
A queste acque meteoriche si aggiungono anche quelle sorgive scaturenti dal sottosuolo che divengono salmastre per le infiltrazioni dell’acqua di mare.
In passato, a circa 2 km dalla costa, le acque salmastre del fiume s’impantanavano, formando nella stagione estiva delle saline (lo ricorda il toponimo “Le Saline”) che sin dal medioevo costituivano un’importante fonte di reddito. Per difendere questi luoghi dalle incursioni da mare, intorno al 1570 il vicerè spagnolo fece costruire, in prossimità della foce del fiume Lato, una torre d’avvistamento cinta da un fosso e provvista di merli e balestriere che ancora oggi possiamo ammirare anche se in stato d’abbandono (Torre del Lato).
È invece andato distrutto il “Magazzino del sale”, antico edificio presente sino alla fine dell’ottocento, in prossimità delle saline (Saracino, 1989).
Prima della realizzazione dei canali di bonifica, la regione costiera dell’arco Jonico era una zona malarica, invasa da paludi generate dal ristagno dell’acqua negli avvallamenti tra le dune e nelle plaghe pianeggianti presso i fiumi.
Finché questa zona rimase paludosa, i braccianti e gli operai che lavoravano queste terre affrontarono il rischio di contrarre la malaria.
Il problema della bonifica di queste aree fu preso in considerazione dalle istituzioni sin dal 1860, ma fu dopo l’unità d’Italia che la commissione provinciale (allora provincia di Terra d’Otranto) ed il Genio Civile si adoperarono per fare un dettagliato elenco delle paludi qui presenti e per stabilire un programma organico di bonifica (Lo Porto, 1989).
Perché tutto ciò fosse messo in pratica fu necessario attendere fino al 1921, quando l'Opera Nazionale Combattenti (O.N.C.) ottenne la concessione per la bonifica nel comprensorio della Stornara ed iniziò la propria attività, volta al risanamento idraulico ed igienico.
L’O.N.C. provvide così all'eliminazione delle paludi e dei ristagni nelle bassure.
La profilassi antimalarica e l'uso del DDT permisero di sconfiggere la malaria, offrendo alle famiglie contadine la possibilità di proseguire nella propria opera in condizioni igienico-sanitarie più accettabili.
Il R.D. n. 1090 del 23/03/1934 istituiva il Consorzio di Bonifica Stornara e Tara per la bonifica delle paludi della Stornara (in agro di Ginosa) e del Tara (presso Taranto) stabilendone le competenze e i limiti comprensoriali.
Negli anni '50, con la riforma fondiaria, le citate opere dell'O.N.C. vennero trasferite al Consorzio di Bonifica Stornara e Tara, il cui comprensorio è poi stato progressivamente esteso sino a coprire tutto l’arco jonico tarantino. Ancora oggi questo consorzio si occupa del mantenimento dei canali di scolo e del rifornimento d’acqua per l’irrigazione dei campi.
La riforma fondiaria determinò inoltre gli espropri dei latifondi agrari e la distribuzione dei poderi agli assegnatari. Furono quindi costruite case coloniche e strade interpoderali.
Le pinete costiere, dove ancora presenti, furono risparmiate dalla conversione in campi coltivati, perché la loro presenza costituiva una barriera contro l’umidità ed i venti salmastri provenienti dal mare. Infatti, nelle campagne marittime in agro di Massafra, dove la pineta era stata smantellata per dar spazio ai campi coltivati, le colture dell’olivo rendevano poco (Glionna, 1854).
Le pinete avevano anche un ruolo rilevante nell’economia dell’incolto, perchè secondo il diritto civico vi si poteva raccogliere legna morta nei limiti del fabbisogno familiare e per le necessità rurali, e i carbonai realizzavano con i rami legnosi opportune strutture coniche in cui bruciavano parzialmente la legna per ricavarne carbone e carbonella (ottime a tal scopo le fronde di lentisco), prodotti che in quei tempi erano più facili da trasportare e da vendere della legna stessa. Inoltre nelle pinete si potevano raccogliere piante medicinali tra cui il rosmarino (di cui si faceva largo uso), il mirto e varie erbacee, e piante variamente utili come il lentisco dai cui frutti si estraeva olio per i lumi e per la produzione dei saponi, le cui galle venivano usate per tingere di giallo le stoffe e la cui resina era raccolta per molteplici impieghi. Dalla pineta venivano anche sradicate piante di olivastro per trapiantarle ed innestarle in colture ad olivo (Glionna, 1854).
Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, prese piede la pratica della resinazione dei pini d’Aleppo eseguita decorticando gli alberi adulti con il metodo ad “asciotto” di cui ancora oggi si possono osservare i segni.
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Resinazione con l'asciotto
(Crivellari, 1956) |
Segni della resinazione visibili ancora oggi |
La pineta dell’arco jonico si rivelò in tal senso la più produttiva del Sud Italia (Crivellari, 1956). Dalla distillazione della resina si ricavava la trementina, solvente impiegato nella produzione di vernici, e la pece usata per la produzione di adesivi, mastici e lubrificanti. Questa pratica perdurò sino al 1965, allorquando l’introduzione dei prodotti di sintesi la rese economicamente sfavorevole.
Il centro abitato di Castellaneta Marina nasce alla fine degli anni '50 grazie a una felice intuizione dell'allora sindaco di Castellaneta Avv. Gabriele Semeraro. Nel 1958 la Croce Rossa Italiana vi inaugurava la colonia marina per i bambini e il demanio comunale tutt’intorno veniva lottizzato.

Alla realizzazione della colonia marina fece quindi seguito la costruzione di stabilimenti balneari e soprattutto di villette private per la residenza estiva. Il loro numero è andato crescendo per soddisfare le necessità di un turismo di massa sempre più esigente ma anche più rimunerativo. Alla costruzione di Castellaneta Marina, seguì più ad ovest, quella degli insediamenti turistico-residenziali più elitari di "Riva dei Tessali" nel 1968 e di "Borgo Pineto" a fine anni ‘70. Oggi invece nella zona Nord-Est al confine con la pineta, sorge il complesso di "Nova Yardinia", a Nord-Ovest il "Catalano" mentre all'ingresso di Castellaneta Marina il "Villaggio dei Turchesi".
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Nel 1977 è stata istituita, dal Ministero dell’Agricoltura e Foreste, la Riserva Biogenetica “Stornara”, al fine di proteggere buona parte della pineta dell’arco jonico che era già annoverata come bosco da seme della specie Pinus halepensis nel “Libro Nazionale dei Boschi da Seme”.
L’importanza naturalistica di questo territorio è quindi da tempo riconosciuta, per questo è necessario salvaguardarlo dalle varie minacce che incombono su di esso legate alla massiccia antropizzazione e anche alla sua stessa natura dato che le pinete a Pinus halepensis sono facilmente infiammabili.
E' necessario informare chi lo frequenta, divulgando le conoscenze storico-naturalistiche su di esso, ovvero sostenere attività di tipo culturale-ambientale: questo sito vuole essere un contributo in tal senso. |
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